camel

Nel febbraio del 1973 viene pubblicato il primo 33 giri omonimo dei Camel, storica formazione inglese fondata da Andrew Latimer (voce e chitarra), Peter Bardens (organo Hammond, piano e sintetizzatori), Doug Ferguson (basso) e Andy Ward (batteria).

Pur restando nel perimetro del progressive e del jazz-rock della scuola di Canterbury, a cui i Camel erano stilisticamente legati, questo disco custodisce la chiave che vi aprirà le porte di altre e più ampie percezioni.

L’album travalica lo spettro sonoro e sconfina in suggestioni autunnali, bilanciando malinconie e dolcezze. Le foschie del mattino, i profumi umidi del sottobosco, gli allettanti tepori pomeridiani: tutto questo si compone attorno a voi già con le prime note del brano di apertura, Slow yourself down, che diventa anche il vostro biglietto di solo andata per le suggestive campagne inglesi che si allargano proprio nei dintorni di Canterbury.

In questo disco le parti vocali sono rade e tenui, in sintonia con la predominanza strumentale della chitarra e dell’organo, che si assumono un ruolo da protagonisti assoluti, mentre una sapiente sezione ritmica si muove in maniera disinvolta in traiettorie di ispirazione jazz.

Grazie alla fluidità della scrittura e all’impressionismo musicale di cui i Camel sono capaci, i brani dell’album guadagnano tanto in ampiezza, quanto in profondità. Bastano brani come Mystic queen e Curiosity per rendersene conto. In questo senso il disco vi richiederà, fortunatamente, più di un ascolto per poter essere scoperto nella sua interezza.

Pare tuttavia che la MCA Record – l’etichetta di Chicago che produsse l’album – fosse ispirata da valori più concreti e meno artistici. Una volta riscontrate le scarse vendite del disco, decise di scindere rapidamente il contratto senza alcun appello.

I Camel trovarono un appoggio più lungimirante in patria nella Deram Records: giovane quanto la concorrente americana, ma più orientata al rock progressivo e subordinata alla storica Decca Records. La nuova casa discografica intuisce da subito il potenziale del gruppo e si impegna a pubblicare gli album successivi, almeno tutti quelli del periodo classico, raccogliendo maggiori e reciproche soddisfazioni.


Comments Commenti disabilitati

  

Consigliatissimo per chi ama gli Whitesnake del primo periodo, quelli più compromessi dal blues e dal soul. Un disco dinamico, con soluzioni timbriche e di arrangiamenti più ampie e variegate di quanto accadrà in futuro.

LOVEHUNTER, provocatorio fin dalla sua copertina, porta con sè un suono caldo e raffinato, ricco di “feeling” e perfettamente calibrato: è graffiante quando serve, avvolgente e setoso quando non te lo aspetti.

David Coverdale qui è all’apice delle sue qualità espressive e la band che lo sostiene ha tutta la libertà e gli spazi strumentali che ampiamente si merita. All’epoca il front-man si avvaleva delle tastiere di Jon Lord (che con Coverdale aveva condiviso gli ultimi tre album dei Deep Purple) e delle doppie chitarre di Bernie Marsden e Micky Moody.

Al basso troviamo invece il tocco superbo di Neil Murray, qui agevolato anche da un sapiente missaggio curato dal produttore Martin Birch.

Il batterista Dave “Duck” Dowle verrà invece sostituito durante una pausa del tour promozionale, favorendo l’ingresso di un altro ex-Deep Purple (Ian Paice), con l’intento di rafforzare maggiormente l’impianto hard rock del gruppo.

LOVEHUNTER è costruito sui concetti basilari della vita del musicista “on the road”. Qui il classico binomio “sex & rock’n’roll” prorompe mascolinamente in molte delle canzoni del lotto, a partire da Long way from home, passando poi per Medicine man e arrivando alla meravigliosa Love hunter.

Il carattere più morbido e soul viene alla luce in Help me thro’ the day (cover di Leon Russell), e in Walking in the shadows of the blues che diventerà subito un classico degli Whitesnake.

Il disco termina con la brevissima e struggente We wish you well, un epigramma in musica appositamente pensato come sigla di chiusura dei concerti. E’ una canzone un po’ furba e un po’ sincera, che rimanda tutti a casa con il cuore gonfio di passione e appesi alla promessa di ritrovarsi ancora: è la mossa finale del Serpente Bianco che ci incanta e si impadronisce irrimediabilmente di noi. In una parola: irresistibile!

 

Comments Commenti disabilitati

 FALLING ANGEL ci consegna un disco vivace e variegato, nel segno degli Uriah Heep meno aggressivi e più aperti al riallineamento sul mercato del rock melodico.

La track-list si esprime comunque attraverso accenti diversi. Gli episodi più corposi, quelli più vicini al sound classico del gruppo, sono indubbiamente I’m alive e Woman of the night.

Minuti di vibrante rock’n’roll ci attendono in One more night, oppure in Save it, che addirittura intreccia i suoi percorsi con quelli di un brillante ed inedito sax tenore.

Sarà il segno dei tempi, ma anche dei vecchi e navigati rockers come gli Uriah Heep non disdegnano di indagare il rock da discoteca attraverso la dinamica Whad’ya say, che mette in bella evidenza il pattern ritmico delle tastiere e fa indietreggiare le chitarre di Mick Box in secondo piano. Una deviazione danzereccia che per certi versi ricorda i KISS di I was made for loving you (che uscirà però qualche mese più tardi).

Per i vecchi fans del gruppo lo stupore non finisce qui. Difatti c’è anche spazio per Come back to me, un lento ballabile – piuttosto atipico e zuccheroso – che esplora il lato più romantico del gruppo.

FALLING ANGEL è l’ultimo di tre lavori che hanno visto John Lawton nel ruolo di cantante. Il nuovo vocalist era entrato in formazione nel 1976, dietro suggerimento di Roger Glover, bassista dei Deep Purple e amico della band, in sostituzione del dimissionario David Byron.

Lawton ha contribuito a dare una maggiore rotondità al suono degli Uriah Heep, e non a caso il suo ingresso ha coinciso con l’inizio di una fase decisamente meno “heavy” per il gruppo inglese.

Una curiosità: l’edizione tedesca in vinile, con la copertina apribile in verticale, contiene al suo interno un inserto con la discografia della band e un calendario del 1979 dove sono segnate tutte le tappe del tour promozionale che quell’anno si svolse in Germania Ovest. Una vera chicca per i collezionisti.


 

Comments Commenti disabilitati

I Kansas delle seconda fase, visibilmente attratti da strutture più solide e compatte, si presentano all’inizio della nuova decade con un atteggiamento più sfrontato del solito, di chiara matrice AOR. Sviluppando la linea contenuta nel precedente “Monolith”, il gruppo decide di tirare fuori i muscoli e realizza un album di puro hard rock americano.

Il pubblico, maggiormente affezionato al primo periodo artistico, fa fatica ad adattarsi al cambiamento e si ritrova un po’ disorientato di fronte all’evidente distacco dalle atmosfere progressive e sognanti contenute nei lavori di pochi anni prima, specialmente in “Leftoverture” e “Point of Knew Return”.

Nonostante la spinta melodica sia sempre facilmente riconoscibile, le linee armoniche delle nuove canzoni si contraccoggono e si semplificano. Rare ed essenziali le divagazioni strumentali, mentre gli ingressi di tastiere e violino vengono nettamente scavalcati da un corposo impianto chitarristico che satura la maggior parte degli spazi.

“Audio-Visions” è un album che offre dinamica e pulsazione, ricco di gamme medie e basse (che soprattutto sul vinile hanno davvero una notevole resa ). La partenza di Relentless è assolutamente esemplare: bastani i pochi accordi che la introducono per capire di quale di fibra sia fatto questo disco. Per riprendere fiato ci sarà tempo più avanti con Hold on, una ballata impreziosita da un leggero ricamo di violino e incentrata su un “chorus” irresistibile.

Viste le successive defezioni, la nuova direzione di “Audio-Visions” non deve però aver convinto allo stesso modo tutti i componenti del gruppo. Questo è infatti l’ultimo album suonato dalla line-up originale dei Kansas.

Soltanto dopo vari campi di formazione, scioglimenti e ripartenze varie, il sestetto si ritroverà insieme – ben 20 anni più tardi - in occasione di “Somewhere to elsewhere” (ad oggi il loro l’ultimo lavoro in studio) in cui si profila un recupero del loro sound più classico.

Comments Commenti disabilitati

Seguire la discografia di Luigi Tenco non è semplicissimo. Tralasciamo per il momento le canzoni incise con il gruppo dei Campioni, oppure quelle realizzate dietro lo pseudonimo di Gigi Mai, Gordon Cliff o Dick Ventuno. I dischi a 33 giri che uscirono con il nome di Tenco solitamente erano sprovvisti di un titolo vero e proprio.

Oppure portavano un titolo - per così dire – di comodo, scelto pescando tra le canzoni che componevano la scaletta del disco stesso. A complicare l’identificazione degli LP si aggiunge il fatto che l’eventuale brano scelto per dare un titolo all’intero lavoro poteva in realtà comparire ripetutamente in altri dischi e perfino in versioni differenti.

La visione del 33 giri come contenitore di brani singoli (inediti o riarrangiati che fossero) consentiva alle case discografiche il rimescolamento e la riproposizione di quei titoli che avevano maggiore richiamo e più presa sul pubblico.

Oltretutto Tenco firmò tra il 1959 e il 1967 con tre etichette diverse: iniziò con la Dischi Ricordi, poi passò alla Jolly (entrambe di Milano), e infine approdò alla RCA di Roma.

Quello che oggi vi propongo è il suo terzo 33 giri uscito per la RCA nel 1966. “Tenco” contiene due delle sue canzoni più note, quelle che forse mettono meglio in luce la sua struggente ma poetica malinconia. Queste due canzoni sono ovviamente Lontano, Lontano e Vedrai, vedrai (curiosamente le uniche della sua produzione che abbiano un titolo doppio).

Lontano, Lontano esce qui nella sua prima versione. Mentre Vedrai vedrai è riproposta con un arrangiamento nuovo, per sola voce e pianoforte (suonato dal suo arrangiantore e direttore d’orchestra Ruggero Cini).

Anche Io vorrei essere là è alla sua seconda uscita, ed è presentata con un arrangiamento più scarno e con un testo che perde le ultime strofe:

“Io vorrei essere là,
nella mia verde isola
ad inventare un mondo
fatto di soli amici.

Vorrei essere là
per non dover difendere
giorno per giorno, sempre,
il mio diritto a vivere.

Vorrei essere là,
ma resto qui ad attendere,
perché anche qui, domani,
qualcosa cambierà.”

Fra gli altri brani, che trovarono collocazione anche sui vari 45 giri dell’epoca, vi segnalo in particolare Un giorno dopo l’altro. Questa canzone fu scelta come sigla per la seconda serie dello sceneggiato televisivo «Le inchieste del commissario Maigret», magistralmente interpretato da Gino Cervi.

Sempre nel 1966 il “crooner” americano Perry Como, giunto a Roma per la registrazione del suo album “Perry Como in Italy”, si innamorò a tal punto di Un giorno dopo l’altro che la volle incidere in inglese con il nuovo titolo di One day is like another.

In questo suo lavoro Tenco esprime ancora una volta tutto il suo senso di inadeguatezza verso un mondo in cui fa fatica a ritrovarsi. Tenco è tenace, combattivo, mostra apertamente il suo disallineamento rispetto alla consuetudine, all’ipocrisia, alla massa. Non prende mai posizioni di convenienza.

E’ uno spirito libero, eppure è ben consapevole che per condividere il suo pensiero con il maggior numero di persone possibile ha bisogno dei meccanismi dell’industria discografica. E a questi meccanisni si affidò, credo, senza contrasti ideologici e con fiducia. Almeno fino all’ultimo irreparabile strappo di quel 27 gennaio del ’67.

Il suo alto grado di indipendenza e la sua diversità mettevano tuttavia in gioco anche una serie di sentimenti contrastanti. Tenco era la solitudine del singolo e la convinzione di dover sperare – anche fosse solo per “abitudine”, come diceva lui – in un mondo migliore.

In lui c’è dissenso, disillusione, ironia, fragilità, e quella strana combinazione di dolcezza e di amarezza che guardano a questo mondo a volte con amore, a volte con diffidenza.

Luigi Tenco era un “bastian contrario”, con lo sguardo duro protetto da un filo d’ombra e con l’anima in salita – come è tipico dei liguri. Un moderno e incorruttibile Don Chisciotte, che forse a un certo punto trovò troppi mulini a vento da combattere.

Le ultime ore della sua vita e le ipotesi sulla sua morte – dopo l’eliminazione di Ciao amore, ciao da quel triste e tragico Festival di Sanremo del 1967 - sono tuttavia ancora avvolte da una nebbia di dubbi e di mistero che però non hanno mai minimamente offuscato la luce della sua opera.

Lato A
Lontano lontano (prima incisione)
Io sono uno
Uno di questi giorni ti sposerò
Come tanti altri
Se sapessi come fai
Io vorrei essere là (seconda incisione, con alcune strofe tagliate)

Lato B
Un giorno dopo l’altro (sigla de «Le inchieste del commissario Maigret»)
Ognuno è libero
Amore, amore mio
Ma dove vai?
E se ci diranno
Vedrai vedrai (seconda incisione)

Comments Commenti disabilitati