I Kansas delle seconda fase, visibilmente attratti da strutture più solide e compatte, si presentano all’inizio della nuova decade con un atteggiamento più sfrontato del solito, di chiara matrice AOR. Sviluppando la linea contenuta nel precedente “Monolith”, il gruppo decide di tirare fuori i muscoli e realizza un album di puro hard rock americano.

Il pubblico, maggiormente affezionato al primo periodo artistico, fa fatica ad adattarsi al cambiamento e si ritrova un po’ disorientato di fronte all’evidente distacco dalle atmosfere progressive e sognanti contenute nei lavori di pochi anni prima, specialmente in “Leftoverture” e “Point of Knew Return”.

Nonostante la spinta melodica sia sempre facilmente riconoscibile, le linee armoniche delle nuove canzoni si contraccoggono e si semplificano. Rare ed essenziali le divagazioni strumentali, mentre gli ingressi di tastiere e violino vengono nettamente scavalcati da un corposo impianto chitarristico che satura la maggior parte degli spazi.

“Audio-Visions” è un album che offre dinamica e pulsazione, ricco di gamme medie e basse (che soprattutto sul vinile hanno davvero una notevole resa ). La partenza di Relentless è assolutamente esemplare: bastani i pochi accordi che la introducono per capire di quale di fibra sia fatto questo disco. Per riprendere fiato ci sarà tempo più avanti con Hold on, una ballata impreziosita da un leggero ricamo di violino e incentrata su un “chorus” irresistibile.

Viste le successive defezioni, la nuova direzione di “Audio-Visions” non deve però aver convinto allo stesso modo tutti i componenti del gruppo. Questo è infatti l’ultimo album suonato dalla line-up originale dei Kansas.

Soltanto dopo vari campi di formazione, scioglimenti e ripartenze varie, il sestetto si ritroverà insieme – ben 20 anni più tardi - in occasione di “Somewhere to elsewhere” (ad oggi il loro l’ultimo lavoro in studio) in cui si profila un recupero del loro sound più classico.

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Seguire la discografia di Luigi Tenco non è semplicissimo. Tralasciamo per il momento le canzoni incise con il gruppo dei Campioni, oppure quelle realizzate dietro lo pseudonimo di Gigi Mai, Gordon Cliff o Dick Ventuno. I dischi a 33 giri che uscirono con il nome di Tenco solitamente erano sprovvisti di un titolo vero e proprio.

Oppure portavano un titolo - per così dire – di comodo, scelto pescando tra le canzoni che componevano la scaletta del disco stesso. A complicare l’identificazione degli LP si aggiunge il fatto che l’eventuale brano scelto per dare un titolo all’intero lavoro poteva in realtà comparire ripetutamente in altri dischi e perfino in versioni differenti.

La visione del 33 giri come contenitore di brani singoli (inediti o riarrangiati che fossero) consentiva alle case discografiche il rimescolamento e la riproposizione di quei titoli che avevano maggiore richiamo e più presa sul pubblico.

Oltretutto Tenco firmò tra il 1959 e il 1967 con tre etichette diverse: iniziò con la Dischi Ricordi, poi passò alla Jolly (entrambe di Milano), e infine approdò alla RCA di Roma.

Quello che oggi vi propongo è il suo terzo 33 giri uscito per la RCA nel 1966. “Tenco” contiene due delle sue canzoni più note, quelle che forse mettono meglio in luce la sua struggente ma poetica malinconia. Queste due canzoni sono ovviamente Lontano, Lontano e Vedrai, vedrai (curiosamente le uniche della sua produzione che abbiano un titolo doppio).

Lontano, Lontano esce qui nella sua prima versione. Mentre Vedrai vedrai è riproposta con un arrangiamento nuovo, per sola voce e pianoforte (suonato dal suo arrangiantore e direttore d’orchestra Ruggero Cini).

Anche Io vorrei essere là è alla sua seconda uscita, ed è presentata con un arrangiamento più scarno e con un testo che perde le ultime strofe:

“Io vorrei essere là,
nella mia verde isola
ad inventare un mondo
fatto di soli amici.

Vorrei essere là
per non dover difendere
giorno per giorno, sempre,
il mio diritto a vivere.

Vorrei essere là,
ma resto qui ad attendere,
perché anche qui, domani,
qualcosa cambierà.”

Fra gli altri brani, che trovarono collocazione anche sui vari 45 giri dell’epoca, vi segnalo in particolare Un giorno dopo l’altro. Questa canzone fu scelta come sigla per la seconda serie dello sceneggiato televisivo «Le inchieste del commissario Maigret», magistralmente interpretato da Gino Cervi.

Sempre nel 1966 il “crooner” americano Perry Como, giunto a Roma per la registrazione del suo album “Perry Como in Italy”, si innamorò a tal punto di Un giorno dopo l’altro che la volle incidere in inglese con il nuovo titolo di One day is like another.

In questo suo lavoro Tenco esprime ancora una volta tutto il suo senso di inadeguatezza verso un mondo in cui fa fatica a ritrovarsi. Tenco è tenace, combattivo, mostra apertamente il suo disallineamento rispetto alla consuetudine, all’ipocrisia, alla massa. Non prende mai posizioni di convenienza.

E’ uno spirito libero, eppure è ben consapevole che per condividere il suo pensiero con il maggior numero di persone possibile ha bisogno dei meccanismi dell’industria discografica. E a questi meccanisni si affidò, credo, senza contrasti ideologici e con fiducia. Almeno fino all’ultimo irreparabile strappo di quel 27 gennaio del ’67.

Il suo alto grado di indipendenza e la sua diversità mettevano tuttavia in gioco anche una serie di sentimenti contrastanti. Tenco era la solitudine del singolo e la convinzione di dover sperare – anche fosse solo per “abitudine”, come diceva lui – in un mondo migliore.

In lui c’è dissenso, disillusione, ironia, fragilità, e quella strana combinazione di dolcezza e di amarezza che guardano a questo mondo a volte con amore, a volte con diffidenza.

Luigi Tenco era un “bastian contrario”, con lo sguardo duro protetto da un filo d’ombra e con l’anima in salita – come è tipico dei liguri. Un moderno e incorruttibile Don Chisciotte, che forse a un certo punto trovò troppi mulini a vento da combattere.

Le ultime ore della sua vita e le ipotesi sulla sua morte – dopo l’eliminazione di Ciao amore, ciao da quel triste e tragico Festival di Sanremo del 1967 - sono tuttavia ancora avvolte da una nebbia di dubbi e di mistero che però non hanno mai minimamente offuscato la luce della sua opera.

Lato A
Lontano lontano (prima incisione)
Io sono uno
Uno di questi giorni ti sposerò
Come tanti altri
Se sapessi come fai
Io vorrei essere là (seconda incisione, con alcune strofe tagliate)

Lato B
Un giorno dopo l’altro (sigla de «Le inchieste del commissario Maigret»)
Ognuno è libero
Amore, amore mio
Ma dove vai?
E se ci diranno
Vedrai vedrai (seconda incisione)

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Nella carriera dei Quatermass si conta un album omonimo, una manciata di singoli, un’attività live di prestigio (tra Gran Bretagna, Germania e Stati Uniti), durante la quale hanno aperto dei concerti per gruppi come Black Sabbath, Love, Kinks e Earth, Wind & Fire, ed hanno perfino suonato in alcuni templi sacri della musica rock come il “Marquee Club” di Londra e il “Fillmore East” di New York. Tutto questo condensato in soli 20 mesi di attività: dal settembre del 1969 all’aprile del 1971. Questa - in sintesi - è la storia dei Quatermass.

Il gruppo venne formato da tre musicisti inglesi: John Gustafson (voce e basso), Peter Robinson (organo e pianoforte) e Mick Underwood (batteria). Il nome viene preso da un film di fantascienza del 1955 (The Quatermass Xperiment), che in italiano diventò L’astronave atomica del dottor Quatermass.

Nel gruppo operava anche un “quarto uomo”, una sorta di collaboratore esterno (Steve Hammond) che come autore compose tre brani del disco, anche se non fu mai considerato un membro effettivo del gruppo. Tra queste tre composizioni c’era anche Gemini, che in realtà era già stata scritta un anno prima per Eric Burdon & The Animals ed era stata inclusa nel loro album “Love is” (1969).

L’unico 33 giri che i Quatermass riuscirono a dare alle stampe fu un’ottima prova che sapeva bilanciare hard rock, ritmi swing, ballate e rock progressivo. Il tutto facendo completamente a meno della chitarra elettrica, sostituita dalla rocciosa amplificazione dell’organo di Peter Robinson.

Pezzi particolarmente esplorativi e coraggiosi come Post war saturday echo e Laughing tackle (uno dei loro principali cavalli di battaglia durante le esibizioni dal vivo) raggiungevano inoltre delle ampiezze narrative piuttosto inusuali, costituendo delle vere e proprie mini-suite..

Le registrazioni del disco vennero eseguite all’inizio del 1970 presso gli studi londinesi di Abbey Road.  “Quatermass” fu messo in commercio nel mese di maggio dello stesso anno. Le successive ristampe su compact disc verranno arricchite con One blind mice e Punting, due singoli pubblicati durante il 1971, poco prima che il gruppo si sciogliesse.

Qualche anno più tardi i Quatermass furono inconsapevolmente la causa della prima separazione di Ritchie Blackmore dai Deep Purple. Blackmore si era innamorato di un loro brano (Black sheep of the family) al punto da voler realizzare a tutti i costi una cover da inserire nell’ultimo disco in lavorazione dei Deep Purple (“Stormbringer”, 1974).

Il disinteresse da parte degli altri membri lo convinse a mettere in piedi un progetto parallelo con la collaborazione degli Elf (la band di supporto dei Deep Purple in cui militava Ronnie James Dio). Fu così  che il chitarrista decise di abbandonare definitivamente i Deep Purple e di fondare un nuovo gruppo, e la tanto desiderata Black sheep of the family trovò finalmente spazio sul disco di debutto dei Rainbow nel 1975.

Brano a parte, Blackmore restò indubbiamente molto colpito dal lavoro dei Quatermass. Per la realizzazione del loro disco, il trio inglese coinvolse infatti un’orchestra d’archi condotta da Paul Buckmaster, nome ed orchestra che guarda caso ritroveremo anche nei credits di “Long Live Rock’n'Roll”, ovviamente sempre dei Rainbow.

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I Dżem (si pronucia “jam”, come in inglese) sono un’autentica leggenda del blues-rock polacco. Il gruppo è stato fondato nel 1973, a livello quasi amatoriale, e ha costruito la propria credibilità a poco a poco, partendo dalle piccole sale da concerto e dai club, per arrivare ai grandi concerti pubblici dei primi anni ’80.

Il 1985 è l’anno del loro debutto discografico con “Cegła”. Da questo momento in poi potranno contare su una crescente schiera di fedelissimi fans che li segue sempre con costanza e affetto: una fede che è già arrivata alla terza generazione.

Lo stile dei Dżem è una miscela di southern rock, rock’n’roll e blues elettrico. Nei dischi in studio amano alternare pezzi combattivi e sanguigni, e ballate più delicate e struggenti, con un tratteggio emotivo molto efficace e coinvolgente. La formula proposta dal vivo è identica, ma accentua sensibilmente la componente strumentale e improvvisativa che si appoggia in gran parte sul lavoro delle due chitarre soliste.

La storia della band è stata purtroppo segnata dalla tragica scomparsa del loro primo cantante, il carismatico Ryszard Riedel, che morì nel 1994 per problemi legati all’abuso di eroina. In tempi più recenti, nel 2005, il gruppo è stato colpito da un’altra perdita dolorosa, quella del tastierista Paweł Berger, morto in un incidente automobilistico sulla strada del ritorno dopo uno dei loro concerti.

Trovando forza nel loro pubblico, e istinto di sopravvivenza nel blues, i Dżem però non si sono mai arresi. Hanno rallentato le uscite discografiche, ma in compenso hanno mantenuto una invidiabile vivacità concertistica, premiata dal sincero affetto di quel pubblico che ancora oggi onora il loro passato e rispetta il loro presente.

Il loro ultimo lavoro in studio si intitola “Muza”.  Li sostiene la voce di un bravo Maciej Balcar, terzo vocalist in formazione dal 2001.

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Gli Electric Flag furono una band americana formatasi a San Francisco nel 1967. Nel mese di luglio di quello stesso anno iniziarono le registrazioni del loro primo album: A Long Time Comin’. Il peridodo era quello della storica “summer of love”, la calda estate californiana che vide nascere il movimento “hippie” e l’esplosione della psichedelia.

Sperimantare, abbattere le barriere, valicare i pregiudizi, vedere “oltre”: erano questi gli elementi che si sarebbero rispecchiati anche nella musica degli Electric Flag. La band era capitanata dal chitarrista blues Mike Bloomfield (futuro collaboratore di Bob Dylan per “Highway 51 Revisited”), dall’organista Barry Goldberg e dal batterista Buddy Miles (che di lì a poco si sarebbe unito alla “Band of Gypsys” di Jimi Hendrix).

Gli Electric Flag restarono in vita solo un paio di anni, sfaldati da conflitti personali e da alcuni problemi di salute di Bloomfield. Furono una delle prime e rare formazioni che univano una sezione di fiati alla strumentazione tipicamente rock formata da basso, chitarra e batteria.
Non erano quindi lontani dalla scia di gruppi come i Chicago o i Blood, Sweat & Tears.

Il loro linguaggio si era stratificato su più livelli. Era una compenetrazioni di stili che comprendevano il blues, il rock psichedelico, il rhythm and blues e il soul. L’anima nera e l’anima bianca della musica americana in pacifica coesione, quando in realtà le divisioni razziali erano drammaticamente ancora molto forti.

Sperimentarono anche l’elettronica includendo nel loro organico uno dei primissimi sintetizzatori Moog. Andarono a recuperare persino alcuni elementi di musica indiana come il sitar. Insomma gli Electric Flag erano un insieme di musicisti dalla mente aperta, che si erano impegnati in una breve ma intensa corsa multi-culturale.

In repertorio avevano molto materale inedito, ma avevano riarrangiato anche alcuni pezzi come Killing floor di Howlin’ Wolf (che divenne il brano di apertura del disco), o come la celebre Sunny di Bobby Hebb, che all’epoca però fu scartata per essere recuperata solo molti anni più tardi come “bonus track” nella versione masterizzata su compact disc.

Poche settimane prima di entrare in studio di registrazione ebbero la fortuna di prendere parte alla seconda giornata dello storico Monterey Pop Festival. Era il 17 giugno 1967, e senza avere ancora un disco pubblicato, debuttarono davanti agli oltre 50.000 presenti, eseguendo brani come The night time is the right time (del pianista blues Leroy Carr) e il “traditional” di Drinkin’ wine che finirà anche nel loro disco di debutto.

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 Auguri di Buon Natale a tutti Voi lettori del blog!

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Dopo il debole successo di “The House of Blue Light” - disco del 1986 che faticava a mantenere la stessa quota di creatività raggiunta un paio di anni prima con “Perfect Stranger”, e che oltretutto non poteva competere con l’effetto “reunion” di quell’anno, il 1984, i Deep Purple tentano di risollevare le proprie credenziali pubblicando un album dal vivo. E perfino il titolo che avevano scelto sembrava messo lì a mo’ di scuse: “Nessuno è Perfetto”.

Un live dei Deep Purple invece lo è sempre, e “Nobody’s Perfect”, registrato durante la tournée del 1987/1988, lo dimostra ampiamente. Il gruppo mette ovviamente in scaletta i suoi vecchi e consolidati successi, e non potrebbe essere altrimenti, ma dà orgogliosamente spazio anche a molti dei brani della produzione più recente, compreso il poco apprezzato “The House of Blue Light”.

Nobody’s Perfect” uscì in tre versioni: su CD (che conteneva 11 tracce), in musicasetta (con 12 tracce) e in doppio vinile (la versione più completa con ben 14 tracce). Come brano finale per tutte e tre le edizioni era stata inserita una nuova versione in studio di Hush, il loro primissimo singolo risalente al 1968, quando al microfono c’era ancora Rod Evans. La versione del 1987 diventa così la prima registrazione ufficiale con Ian Gillan alla voce.

Nella scaletta del concerto ci sono invece due piccole chicche degne di nota. In Hard lovin’ woman Blackmore inserisce un assolo di chitarra preso pari pari da Under the gun (brano che non era incluso nella “set list” del concerto).

Ian Gillan invece, che nel 1970 aveva partecipato alla versione teatrale del musical “Jesus Christ Superstar”, durante le improvvisazioni di Strange kind of woman fa una capriola di citazioni e autoironia, richiamando una delle melodie più celebri di quel musical con il testo modificato in «Jesus Christ, Jesus Christ, who do we think we are?», tirando in ballo anche il titolo del loro celebre album del 1974.

Questa è la track-list completa che compare nell’edizione in vinile:

Disco 1
01.   Highway star
02.   Strange kind of woman
03.   Dead or alive   (compare anche su MC, ma non su CD)
04.   Perfect strangers
05.   Hard lovin’ woman
06.   Bad attitude   (non compare ne’ su MC, ne’ su CD)
07.   Knocking at your back door

Disco 2
01.   Child in time
02.   Lazy
03.   Space truckin’   (non compare ne’ su MC, ne’ su CD)
04.   Black night
05.   Woman from Tokyo
06.   Smoke on the water
07.   Hush (studio version)

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Nel 1973 Le Orme realizzano uno dei loro album più ricercati e sofisticati. La formazione è quella classica “a trio” con Aldo Tagliapietra (voce, basso e chitarra acustica), Tony Pagliuca (pianoforte, organo, mellotron, sintetizzatori) e Michi Dei Rossi (batteria).

“Felona e Sorona” è rock progressivo ambizioso, con una forte inclinazione onirica, e dove prevalgono massicciamente le tastiere. L’album infatti trasmette molto del carattere di Tony Pagliuca, un musicista concettuale, d’atmosfera, che cerca la tessitura melodica fascinosa, l’onda evocativa, ma che non è propriamente un virtuoso dello strumento.

La forza suggestiva delle melodie e le coloriture della sua strumentazione sopperiscono sovente a una tecnica non certo strabiliante. Non di meno le sonorità di “Felona e Sorona” sono coinvilgenti, cosmiche, a tratti persino cupe e misteriose.

Il disco, scritto in forma di concept-album, indaga la malinconia dei due pianeti (Felona e Sorona per l’appunto) che sono destinati ad avvicinarsi senza mai congiungersi. Sono l’immagine di due anime complementari ma contrapposte, che riescono a sfiorarsi solo per un breve momento. E in questo sventurato quanto effimero equilibrio si avvita il suono profondo e inquieto del disco.

Il primo brano, Sospesi nell’incredibile, contiene un’ampia “ouverture” iniziale che ci porta subito in quota, tra tinte celesti e ombre scure.

Di questo album fu realizzata anche una versione per il mercato inglese con i testi firmati da Peter Hammil, leader dei Van Der Graaf Generator. “Felona and Sorona” uscì in Gran Bretagna alla fine del 1973 e fu prodotto dalla Charisma, storica etichetta per la quale incidevano non soltanto gli stessi Van Der Graaf Generator, ma anche gruppi come Nice (gli antesignani del genere “progressive”), Genesis e Hawkwind.

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Imagine there’s no Heaven
It’s easy if you try
No hell below us
Above us only sky
Imagine all the people
Living for today

Imagine there’s no countries
It isn’t hard to do
Nothing to kill or die for
And no religion too
Imagine all the people
Living life in peace

You may say that I’m a dreamer
But I’m not the only one
I hope someday you’ll join us
And the world will be as one

Imagine no possessions
I wonder if you can
No need for greed or hunger
A brotherhood of man
Imagine all the people
Sharing all the world

You may say that I’m a dreamer
But I’m not the only one
I hope someday you’ll join us
And the world will live as one

JOHN LENNON (Liverpool, 9 ottobre 1940 – New York, 8 dicembre 1980)

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Una delle massime espressioni del rock progressivo europeo. Gli SBB hanno impostato la loro rotta musicale su una superba e raffinata commistione di jazz-rock, avanguardia elettronica e musica classica, aggiungendo di tanto in tanto delle vibranti coloriture blues.

Il talento degli SBB si esprime al meglio sulle lunghe distanze, specie nella prima fase della loro carriera. Questo quarto album, ad esempio, è composto da due sole suite di largo respiro: Ze słowem biegnę do ciebie (19:14) sulla prima facciata, e Przed premierą (19:29) sulla seconda.

La musica degli SBB accosta istintivamente emozioni complementari e contrastanti. Ci sono continui scambi tra luce e ombra, tra dolcezza e mistero, tra delicatezza e furore. Il loro spiccato senso per l’improvvisazione, che è già chiaramente avvertibile sul disco, dal vivo trovava poi il massimo della vitalità e del coinvolgimento emotivo.

Il trio nella sua formazione originale era composto da Józef Skrzek (pianoforte, organo, sintetizatori, basso, armonica e voce solista), Jerzy Piotrowski (batteria) e Antymos Apostolis (chitarra eletterica e chitarra a doppio manico).

Ancora oggi gli SBB sono considerati in Polonia una leggenda vivente. Lo scorso ottobre, durante il tour promozionale del nuovo disco “Blue Trance”, hanno condiviso il palco per tre sere con gli altrettanto leggendari Deep Purple, di passaggio anche loro per la loro interminabile tournée mondiale (iniziata nel 2005 e tutt’ora in corso).

Nella Videoteca del blog è postato già da tempo un frammento di un loro vecchio concerto che vi aiuterà senz’altro a inquadrarli meglio. Buona visione e buon ascolto.

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